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Espulsione di tedeschi ed italiani dalla Jugoslavia




Le minoranze nella Jugoslavia di Tito

La vittoria conseguita dalle formazioni partigiane comuniste nella guerra contro gli occupanti tedeschi e italiani e contro i gruppi partigiani nazionalisti creò le basi per la rifondazione dello stato jugoslavo nel 1945. Con il nuovo governo guidato da Josip Broz, detto Tito, i rapporti tra le differenti nazionalità vennero ridefinite rispetto alla situazione prebellica in cui i serbi avevano man mano acquisito un controllo sempre maggiore dell’apparato dello stato jugoslavo. Se a serbi, croati, sloveni, macedoni e bosniaci venne riconosciuto il ruolo di nazionalità costitutive dello stato, le altre nazionalità presenti sul territorio jugoslavo furono invece considerate "minoranze". La situazione era resa più complicata dal fatto che alcune di queste minoranze (italiani, tedeschi, ungheresi) avevano i "loro" stati nazionali, che avevano aggredito e si erano spartiti la Jugoslavia durante la guerra. Le truppe italiane, in particolare, avevano occupato buona parte della Slovenia e della Dalmazia (oltre al Montenegro, al Kosovo e a zone della Bosnia), mettendo in atto, nella guerra antipartigiana, crudeli misure di rappresaglia, internamento e deportazione nei confronti della popolazione civile. Dopo la vittoria partigiana queste nazionalità furono perciò vittime della vendetta per gli orrori perpetrati dagli occupanti nazifascisti.

Il diverso trattamento di tedeschi e italiani

Non tutte le minoranze ebbero lo stesso trattamento. I tedeschi furono espulsi, in quanto tali, dalla Slovenia e dalla Serbia (regioni della Voivodina e del Banato). Quasi 300.000 tedeschi dovettero lasciare il paese subito dopo la guerra: nel 1950 rimanevano in Jugoslavia solo più 82.000 "tedeschi etnici". Gli italiani, che vivevano nell'Istria e in Dalmazia (soprattutto nelle città di Fiume e Zara), non furono oggetto di una politica di criminalizzazione e di punizione per la "colpa collettiva". Ufficialmente, la linea del regime era quella della "fratellanza italo-jugoslava", cementata nella lotta partigiana, che in Istria aveva visto numerosi italiani combattere tra le fila dei partigiani comunisti slavi. Le repressioni avrebbero dovuto colpire solo gli italiani compromessi con il regime fascista. La realtà era però diversa.

Occupazione, guerra partigiana e massacri di civili, 1943-45

Le violenze risalivano a ben prima della fine della guerra. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'Istria centro-meridionale temporaneamente sotto il controllo dei partigiani jugoslavi fu teatro di un'ondata di violenza che si accompagnò alla proclamazione dell'annessione dei territori giuliani alla Slovenia e alla Croazia. Nel settembre si assistette a un piccolo "esodo nero", quando molti gerarchi fascisti fuggirono in Italia per sfuggire alla vendetta dei partigiani per le violenze dello squadrismo e del fascismo in Istria. Le foibe, profondi pozzi carsici, si riempirono di centinaia di corpi di molti comuni cittadini italiani, oltre che degli esponenti e collaboratori del regime fascista. Questi massacri furono interrotti, paradossalmente, dalla successiva e brutale occupazione nazista del territorio. Il periodo 1943-45 fu caratterizzato, per la popolazione italiana, dalla paura di un bagno di sangue che avrebbe fatto seguito a un'eventuale vittoria partigiana. Nell'aprile 1945, con la definitiva sconfitta tedesca, i massacri e gli infoibamenti ripresero, soprattutto a Trieste e nel goriziano, ma un po' in tutta l'Istria. Il terrore sparso tra la popolazione civile da questi avvenimenti creò un clima favorevole alla fuga della popolazione italiana, ma fu ben lungi dal provocarla meccanicamente.

L’inizio dell’esodo

Lo stesso nome invalso nella storiografia, quello di "esodo" è giustamente ambiguo rispetto a tempi e modi della fuga. Infatti, gli spostamenti di popolazione che interessarono la regione istriana si svilupparono in un arco di tempo piuttosto lungo, con dei picchi in corrispondenza dell'assestamento diplomatico dei confini tra Italia e Jugoslavia, e con forti differenze locali. Mano a mano che il dominio jugoslavo sull'Istria diventava irreversibile (fu sancito prima dal "Trattato di pace" del 1947, poi dal "Memorandum" del 1954), frazioni sempre maggiori della popolazione istriana decidevano di trasferirsi in Italia. Questi trasferimenti non furono però conseguenza di decisioni formali della dirigenza jugoslava, come invece era accaduto per i tedeschi. L'abbandono del territorio jugoslavo fu insomma una scelta di ogni singola persona, ma il contesto in cui fu compiuta non permette di considerarla una scelta libera.

Le politiche nei confronti della minoranza italiana

Nonostante la proclamata "fratellanza italo-jugoslava", i requisiti affinché le minoranze nazionali presenti sul territorio jugoslavo potessero essere tollerati erano ben precisi, e in particolare quelli di una "nazione imperialista" come l’italiana. Innanzitutto, gli italiani insediatisi nella regione dopo la prima guerra mondiale dovevano essere espulsi; le persone di origine slovena e croata i cui antenati erano stati italianizzati nei secoli precedenti dovevano essere restituiti alla loro "prima" identità, a prescindere dalla loro volontà (questo avrebbe avuto delle conseguenze significative, ad esempio i loro figli non avrebbero potuto frequentare le scuole di lingua italiana); chi era ideologicamente non compatibile con il nuovo regime comunista doveva essere epurato. Inoltre, il privilegio economico degli italiani (che nell'Istria, oltre ad essere proprietari terrieri, costituivano la comunità più urbanizzata e dedita alle occupazioni commerciali e imprenditoriali) doveva essere spezzato. Vediamo qui l'ennesimo esempio (si veda il caso dell'espulsione dei tedeschi dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia) dell'intreccio tra rivoluzione sociale e nazionale nelle politiche di spostamento forzato di popolazione nell'Europa orientale dopo la guerra, in cui le popolazioni che nei secoli precedenti avevano dominato la vita urbana di vaste regioni d'Europa furono costrette alla fuga e all'esilio. Infine, gli italiani di Jugoslavia dovevano rompere ogni legame con l'Italia "fascista e imperialista", mentre i tradizionali legami economici che legavano l'Istria con il grande porto di Trieste erano sempre più indeboliti dalla chiusura della frontiera, portando a gravi problemi economici. Con la rottura tra URSS e Jugoslavia, nel 1948, anche i comunisti italiani divennero poi dei nemici e furono costretti alla fuga, quando non internati nel famigerato campo di concentramento di Goli Otok.

Zara, Fiume, Pola

Ma vediamo quali furono i principali scaglioni dell'esodo istriano verso l'Italia. Da Zara la popolazione italiana era scappata già nel 1944, a seguito dei pesanti bombardamenti aerei alleati. In pratica la situazione che si creò fu quella di una popolazione sfollata che non poté far ritorno alle proprie case: in questo senso non si verificò una vera fuga. La città si era completamente svuotata dei suoi precedenti abitanti: se nel 1940 vivevano a Zara 25.000 persone, nel 1945 erano solo 10.000, di cui 7.000 insediatesi in città dopo l'arrivo dei partigiani croati. L'esodo da Fiume inizia invece nel 1945. La popolazione italiana della città non era compattamente favorevole ad un'annessione della città all'Italia. Anzi, la maggioranza dei fiumani era per l'indipendenza della città come Stato Libero, che già aveva avuto un breve periodo di vita dopo la prima guerra mondiale. Gli operai fiumani, in gran parte italiani, erano poi favorevoli all'annessione alla Jugoslavia socialista, ma questo iniziale favore scomparve dopo l'esperienza del dominio jugoslavo. Con l'occupazione, nella primavera del 1945, iniziò infatti un'ondata di assassinii e sparizioni le cui vittime furono, oltre a coloro che erano favorevoli all'unione con l'Italia, soprattutto i membri del movimento autonomista, che avevano un maggiore prestigio per non essersi compromessi con il fascismo. Anche alcuni comunisti che non appoggiavano l'annessione alla Jugoslavia furono uccisi, mentre il nazionalismo croato diffuso tra le organizzazioni del movimento operaio erose il consenso iniziale che gli operai italiani avevano dato alla Jugoslavia comunista, un consenso che aveva addirittura attivato una piccola ondata di immigrazione politica dall'Italia (dopo la rottura tra Tito e Stalin del 1948, anche i rappresentanti di questo "controesodo" ripresero la via dell'Italia). La causa scatenante dell'esodo fu la convinzione di tutti, nel 1946, che ormai l'assegnazione di Fiume alla Jugoslavia fosse definitiva, e il trattato di pace del 1947 non fece che confermare questa convinzione, accelerando ancora di più un esodo che era iniziato un anno prima. Il trattato infatti prevedeva che, nei territori ex-italiani e ora ceduti a un altro stato, la popolazione optasse definitivamente per la cittadinanza dello stato successore o per quella italiana. In questo secondo caso, il territorio doveva essere abbandonato entro un anno dalla scelta della cittadinanza italiana. Anche a Pola, il capoluogo dell'Istria, l'esodo di massa iniziò dopo la firma del trattato di pace del 1947. Fino a quel momento Pola aveva avuto una storia diversa rispetto a Fiume: dopo l'occupazione jugoslava della primavera 1945, un accordo del giugno dello stesso anno aveva stabilito che la città sarebbe stata sotto la giurisdizione di un governo militare alleato. L'accordo di pace del 1947 stabilì invece la definitiva assegnazione della città alla Jugoslavia, provocando la fuga di buona parte della popolazione.

L’Istria

I più lenti ad andarsene furono i contadini dell'Istria, che erano molto restii ad abbandonare le proprie terre. Essi partirono soprattutto in concomitanza con il cosiddetto "grande esodo", l'ultima e più grande delle ondate di trasferimenti. Essa si svolse tra 1953 e 1956, e fu provocata da alcune circostanze nuove. In primo luogo, le discriminazioni culturali si fecero più intense, e colpirono in modo particolare le figure di riferimento della comunità: il prete e l'insegnante. I sacerdoti furono sottoposti a pressioni perché rifiutassero di obbedire al proprio vescovo, quello di Trieste, in modo da ottenere la scissione della diocesi di Capodistria: tali pressioni portarono all'abbandono della zona da parte di molti parroci, e all'eliminazione del clero italiano. Tra gli insegnanti, coloro che non si erano prontamente sottoposti alle direttive ideologiche del regime furono oggetto di intimidazioni e procedimenti giudiziari che portarono alla fuga di centinaia di loro, mentre molte scuole italiane furono chiuse (anche perché gli studenti il cui cognome rivelava un'origine slava erano costretti a frequentare le scuole slovene e croate). In secondo luogo, il "grande esodo" fu provocato dall'ondata di violenze che si abbatterono sulla popolazione italiana quando (ottobre 1953) i governi inglese e statunitense dichiararono che la città di Trieste e i suoi dintorni sarebbero stati assegnati all'Italia, e dalla definitiva sistemazione confinaria che venne configurandosi nel corso del 1954. Nella seconda metà degli anni '50 l'esodo poté dirsi concluso.

Volontarietà e costrizione nell’esodo

Le stime più autorevoli consentono di ipotizzare che il numero totale di "esodati", nel periodo 1945-1956, fu di circa 250.000 persone. E' difficile dire quanto pesarono, relativamente, le motivazioni nazionalistiche e quelle ideologiche nell'atteggiamento delle autorità jugoslave nei confronti delle popolazioni di lingua italiana dell'Istria. Dal punto di vista di queste ultime, la fuga fu determinata dalla natura del potere jugoslavo, che aveva ampiamente dimostrato di poter arrivare all'assassinio di massa, e che aveva da subito conculcato la libera espressione politica e culturale. La paura e l'oppressione, unite alle difficoltà economiche del dopoguerra, spinsero perciò la popolazione alla fuga. Essa fu però scaglionata nei dieci anni successivi alla fine della guerra, e non seguì un provvedimento di espulsione preso dal governo jugoslavo. In tal senso, il caso degli istriani non fu un'espulsione coatta, ma può forse rientrare nella categoria generale di trasferimento forzato di popolazione. Gli italiani d'Istria non poterono infatti che scegliere tra il rimanere, e subire persecuzioni di natura fisica, politica, nazionale, religiosa ed economica, o l’espatriare. Tale scelta, che per alcuni fu una vera e propria fuga di fronte alla violenza (soprattutto per le persone più esposte politicamente, come gli autonomisti di Fiume), non può che essere considerata forzata.

 



 
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