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L'espulsione dei tedeschi dalla Polonia




L’URSS si espande a Ovest

L'espulsione dei tedeschi dalla Polonia postbellica ebbe dinamiche differenti rispetto a quelle all'opera in Cecoslovacchia. La causa principale dell'espulsione fu la ridefinizione dei confini da parte dell'URSS, che si espanse verso ovest a spese della Polonia. Con la fine della guerra l'URSS inglobò infatti la Polonia orientale già occupata tra 1939 e 1941, grazie alle clausole del patto nazi-sovietico: tali regioni, abitate maggioritariamente da ucraini e bielorussi, divennero così la Bielorussia occidentale e l'Ucraina occidentale. Già durante la guerra il governo polacco in esilio aveva chiesto, come compensazione delle sofferenze inflitte alla popolazione polacca durante l'occupazione nazista, delle compensazioni territoriali a ovest, ovvero l'annessione di territori tedeschi. Quando fu chiaro che l'URSS avrebbe inglobato la Polonia orientale, tali richieste divennero sempre più ferme, tra l'altro condivise da politici polacchi comunisti e anticomunisti. Poiché i territori tedeschi reclamati (sostanzialmente quelli a ovest del fiume Neisse) erano abitati praticamente solo da tedeschi, il governo polacco non vedeva altra soluzione, per il loro controllo, se non la totale espulsione della popolazione tedesca, che avrebbe dovuto essere sostituita dai polacchi che sarebbero verosimilmente stati espulsi dall'URSS.

Conquista e "rivoluzione"

Il governo polacco in esilio elaborò perciò delle norme che privavano i tedeschi della cittadinanza polacca e che prevedevano la requisizione totale o parziale delle loro proprietà. Dopo fine della guerra e l'arrivo del governo polacco nella Polonia controllata dall'Armata Rossa, i proclami sulla necessità di espellere i tedeschi divennero quotidiani. Così come in Cecoslovacchia, l'espulsione dei tedeschi fu presentata anche come una rivoluzione sociale, e non solo nazionale, basata sul dato di fatto che in media i tedeschi avevano una condizione sociale superiore a quella dei polacchi (numerosissimi polacchi lavoravano nelle tenute tedesche della Slesia, della Pomerania, del Brandeburgo). Sia il leader del partito contadino Stanislaw Mikolajczyk che il ministro comunista per i cosiddetti "Territori recuperati" (e futuro capo della Polonia sovietizzata), Wladyslaw Gomulka, proclamarono a gran voce la liberazione dagli sfruttatori tedeschi che opprimevano il contadino polacco: latifondisti, padroni, media borghesia. In molti casi, i tedeschi erano già fuggiti di fronte all'avanzata delle armate sovietiche. Dopo l'armistizio (maggio 1945), molti però tornarono indietro alle proprie case in Slesia e Pomerania, fidando del fatto che queste regioni, per il momento assegnate ai polacchi, sarebbero state poi restituite alla Germania al momento del trattato di pace. Lo scenario che si presentò a chi ritornava, era però di case saccheggiate, animali macellati, fame, e violenza generalizzate.

Le violenze

Le autorità e la popolazione polacca fecero di tutto per rendere la vita dei tedeschi impossibile e per spingerli ad andarsene. L'occupazione sovietica fu caratterizzata da violenze di un uso sistematico dello stupro sulle donne tedesche. Erano frequenti i casi di stupro con omicidio. Bande di saccheggiatori polacchi provenienti dalla Polonia centrale rubavano tutto ciò che potevano, per poi tornare nelle regioni di provenienza. Sia le autorità civili polacche che le autorità militari sovietiche internarono numerosi tedeschi in campi di lavoro e detenzione all'interno del territorio polacco; molti altri furono trasferiti al lavoro forzato in URSS. Alcune stime parlano di 1,5 milioni di morti, se si sommano le vittime dirette delle deportazioni a quelle della pulizia etnica. Le testimonianze sono concordi nel sottolineare la gratuità e la diffusione delle violenze da parte polacca. Così la sezione politica dell'Armata Rossa descriveva la situazione nell'agosto 1945: "Sono sempre più frequenti casi di uccisioni gratuite, di arresti arbitrari, di lunghe condanne detentive e corredate da deliberate umiliazioni". La situazione divenne ancora più insostenibile quando, alla fine del 1945, decine di migliaia di contadini polacchi provenienti dalle regioni orientali inglobate dall'URSS si riversarono a ovest. Questa gente, spesso completamente spogliata di tutto ciò che aveva, arrivava in condizioni disperate, in cerca di una casa e di un po' di terra da coltivare. Il sistema ferroviario era stato quasi completamente distrutto durante la guerra, perciò il ritmo delle partenze tra i tedeschi fu per forza di cose piuttosto lento. Così, anche molte persone che non chiedevano altro che di lasciare il paese furono arrestate e inserite nei battaglioni di lavoro forzato, mentre migliaia di altre si accampavano nelle stazioni in attesa di un convoglio che le portasse in Germania. Nell'inverno 1945-46 si giunse a interrompere i trasferimenti, perché i convogli, spesso formati solo da carri per il trasporto di merci a cielo aperto, arrivavano a destinazione pieni di cadaveri di deportati morti assiderati durante il viaggio. Così come in Cecoslovacchia, i tedeschi furono obbligati a portare al braccio una fascia di riconoscimento, e furono banditi da una serie di locali pubblici.

I campi di internamento

Gli ex-campi di concentramento e di sterminio nazisti vennero riadattati (insieme a normali prigioni) a ospitare più di 100.000 internati tedeschi (in condizioni, beninteso, non comparabili a quelle della massa deumanizzata che i nazisti uccidevano con il lavoro o spingevano nelle camere a gas durante gli anni del loro dominio). Gli internati, falcidiati da epidemie di tifo, erano impiegati in lavori forzati o aspettavano semplicemente il momento dell'espulsione verso la Germania. Secondo alcuni ricercatori, la mortalità si aggirava tra il 20% e il 50% degli internati. In alcuni casi, le autorità polacche provvidero a punire i crimini commessi dai direttori di questi campi contro gli internati. Nel 1959, Czeslaw Geborski, direttore del campo di Lambinowic, fu processato per i fatti avvenuti durante il periodo della sua direzione. L'episodio più grave avvenne nell'ottobre 1945: il massacro di decine (forse centinaia) di internati che tentavano di fuggire da una baracca che aveva preso fuoco. Geborski aveva ordinato di sparare a chi cercasse di abbandonare la baracca. Al processo, si difese sostenendo che aveva voluto vendicarsi sui tedeschi per le loro azioni durante la guerra. In un certo senso, in effetti, fu proprio la delirante gerarchia razziale nazista che, rovesciata, fu lo strumento delle vendette postbelliche.

La "Volksliste" rovesciata

L'amministrazione nazista della Polonia occupata aveva infatti diviso la popolazione in base a una "Volksliste" (lista della popolazione), che comprendeva quattro gruppi rigidamente gerarchizzati "razzialmente". Il primo gruppo era costituito da coloro che avevano la cittadinanza tedesca; il secondo dalla minoranza tedesca nella Polonia prebellica; il terzo e il quarto gruppo era formato da coloro (i cosiddetti "autoctoni") che parlavano un qualche dialetto tedesco, come gli slesiani, e che privilegiavano, nella loro autoidentificazione, un'identità locale, regionale, rispetto a un'identità nazionale. Al di sotto di questa gerarchia stavano slavi ed ebrei, che dovevano essere rispettivamente schiavizzati (dopo l'eliminazione fisica delle loro élites) e sterminati. Dopo la guerra, i polacchi ripresero in mano la "Volksliste" e punirono le categorie privilegiate dai nazisti: i tedeschi del Reich vennero processati come criminali di guerra o immediatamente deportati; i tedeschi con cittadinanza polacca vennero trattati come traditori dello stato polacco (in analogia a quanto stava succedendo in Cecoslovacchia), privati di ogni diritto e proprietà, giustiziati, imprigionati, deportati (si calcola che circa 100.000 tedeschi appartenenti alle prime due categorie fossero stati inghiottiti dal GULag sovietico). Agli "autoctoni" (categorie 3 e 4) fu invece permesso di fare domanda per una loro eventuale "polonizzazione". In generale, se la passarono peggio i tedeschi che vivevano nella Polonia prebellica, considerati dei traditori e avviati a decine di migliaia al lavoro forzato. Gli abitanti delle nuove zone annesse allo stato polacco furono invece più che altro espulsi in tutta fretta per mettere gli Alleati di fronte al fatto compiuto e rendere irreversibile l'espansione a ovest. Così, nell'estate del 1945, chi abitava nelle regioni immediatamente a est dei fiumi Oder e Neisse (che avrebbero segnato, e segnano tuttora, il confine tra Germania e Polonia), furono espulsi con la minaccia delle armi nella zona della Germania controllata dall'URSS, la futura DDR. L'espulsione immediata di tutti i tedeschi ebbe però delle importanti eccezioni, o per lo meno un certo rallentamento, per la necessità di trattenere in Polonia operai specializzati e lavoratori delle miniere che erano difficilmente sostituibili dalla manodopera polacca. In ogni caso, i lavoratori tedeschi rimasti furono gradualmente espulsi dalla Polonia in capo a pochi anni: la regola rimaneva quella che chiunque continuasse a considerarsi tedesco doveva andarsene. I rimasti dovevano essere sottoposti a verifica. Come diceva il governatore polacco della Slesia: "Non permetteremo che si copra la carne tedesca col sugo polacco. Dobbiamo affermare chiaramente che nella regione di Opole gli unici e soli padroni sono i polacchi".

La "polonizzazione"

Intanto, procedeva l'opera di "degermanizzazione" (o, se si vuole, di "polonizzazione" - anche se, naturalmente, i dirigenti polacchi parlavano di "ripolonizzazione") di territori che erano stati abitati per centinaia di anni anche e soprattutto da popolazioni di lingua tedesca. Circostanza che rendeva i polacchi inquieti, la Slesia e della Pomerania erano state sì assegnate alle forze di occupazione polacche dagli accordi interalleati di Yalta e Potsdam, ma l'annessione non fu mai, per tutta la guerra fredda, riconosciuta da tutte le grandi potenze. Solo la caduta del muro di Berlino pose fine a questa situazione (trattato tedesco-polacco del 1990), anche perché le influenti associazioni tedesche degli espulsi facevano opera di pressione sul governo della Repubblica Federale Tedesca affinché non riconoscesse la perdita dei territori ad est, procrastinando la riconciliazione. A causa di questa insicurezza, la "polonizzazione" fu particolarmente rapida e brutale. Alle città e alle strade venne dato un nome polacco; le iscrizioni tedesche su edifici, chiese e tombe furono cancellate, i monumenti abbattuti. I libri e i documenti d'archivio tedeschi furono bruciati. I cosiddetti "autoctoni" (in tutto circa 850.000 persone), coloro che aderivano ad un'identità locale, né tedesca né polacca (o che negarono la loro maggiore vicinanza alla cultura tedesca per non essere espulsi), furono spinti a polonizzarsi. A costoro, che nella maggior parte dei casi parlavano un dialetto tedesco, fu imposto di aggiungere ai propri cognomi delle desinenze polaccheggianti, mentre i nomi erano tradotti nell'equivalente polacco. Il 17 aprile 1946 fu proibito l'uso della lingua tedesca, in teoria anche nelle case private, pena l'arresto. La creazione di uno stato polacco "etnicamente puro" non comportò solo l'espulsione dei tedeschi, ma anche quella delle due altre principali minoranze presenti sul territorio della Polonia prebellica, gli ebrei e gli ucraini.

 



 
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