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L'espulsione dei tedeschi dei Sudeti




La regione della Cecoslovacchia al confine con la Germania e l'Austria prima della guerra era abitata da 3,2 milioni di tedeschi, che costituivano la seconda componente nazionale del paese (erano di gran lunga più numerosi degli stessi slovacchi). Dopo la guerra i tedeschi furono accusati collettivamente di tradimento nei confronti dello stato cecoslovacco, e cacciati in massa verso la Germania e l'Austria. Uno dei primi provvedimenti del nuovo stato cecoslovacco guidato da Eduard Benes furono i decreti che legalizzarono le espulsioni ("decreti Benes"). L'accusa di tradimento collettivo era basata sul massiccio appoggio che la maggioranza dei tedeschi sudeti aveva fornito ai nazisti locali prima - il partito nazista dei tedeschi dei Sudeti guidato da Konrad Heinlein -, e all'annessione alla Germania poi. Già durante la guerra c'era stato un dibattito tra governo ceco in esilio e rappresentanti democratici (soprattutto socialdemocratici) della minoranza tedesca della Cecoslovacchia, per decidere in merito al futuro assetto postbellico. I dirigenti cechi avevano messo subito in chiaro che non ci sarebbe stato più nessuna autonomia culturale o politica per la minoranza tedesca: in particolare, le scuole e le università tedesche sarebbero state chiuse, così come anche quelle dell'altra minoranza non slava della Cecoslovacchia prebellica, gli ungheresi. Con la fine della guerra la soluzione divenne l'espulsione, ma inizialmente non fu deciso di espellere in toto i tedeschi: la "pulizia" (come veniva definita) del nuovo stato dai tedeschi sarebbe avvenuta anche in base a discriminanti sociali e politiche. I "proprietari terrieri" e i "traditori della repubblica" (due milioni di tedeschi) sarebbero stati espulsi, e le loro terre e proprietà assegnate ai contadini poveri cechi, ma a 800.000 lavoratori sarebbe stato concesso di rimanere, per poi essere però assimilati alla popolazione ceca. Così Klement Gottwald, capo del partito comunista cecoslovacco, giustificò l'espulsione: "Il potere è passato dalle mani della nazione oppressiva, la nazione occupante, la nazione tedesca, in quelle della nazione precedentemente oppressa, la nazione ceca e slovacca: in tal senso, la nostra rivoluzione è una rivoluzione nazionale". In realtà, sebbene i dirigenti antifascisti cecoslovacchi durante la guerra parlassero di espellere "l'intera borghesia tedesca, tutti i tedeschi ricchi" (come disse Benes a Stalin nel 1943), nelle condizioni del 1945 la vendetta si abbatté indiscriminatamente su tutti i tedeschi, non facendo distinzioni tra oppositori e sostenitori (in ogni caso la stragrande maggioranza) del regime hitleriano. L'espulsione dei tedeschi iniziò appena l'Armata Rossa prese il controllo della regione, e fu effettuata facendo ricorso a un grado molto alto di violenza. Le violenze gratuite furono particolarmente diffuse all'inizio del processo di espulsione, quando lo stato cecoslovacco aveva difficoltà a controllare l'azione dei suoi rappresentanti sul territorio. La prima fase dell'espulsione fu selvaggia, e i cechi, sia i rappresentanti dello stato che i saccheggiatori, non fecero molte distinzioni sui tedeschi che espellevano. Dopo la conferenza di Potsdam, in cui gli Alleati avevano avallato le espulsioni ma allo stesso tempo richiesto che fossero portate avanti con umanità, il governo ceco emise delle direttive più precise riguardo alla definizione di nazionalità tedesca che doveva essere utilizzata per decidere chi espellere. Da una visione marcatamente "razziale", secondo cui tutti i tedeschi "etnici" dovevano essere espulsi, si passò a una definizione più culturale, secondo cui bisognava prestare attenzione al grado di assimilazione dei tedeschi alla cultura ceca. Ad esempio, i tedeschi "etnici" che si erano dichiarati cechi o slovacchi di fronte all'occupante nazista, non avrebbero dovuto essere espulsi. In ogni caso, anche con queste direttive più miti in materia di identificazione dei soggetti da espellere, il processo continuò senza interruzioni e con immutata durezza. La popolazione aveva pochissimo tempo per prepararsi all'espulsione, a volte solo quindici minuti. La norma era che le case e le proprietà fossero saccheggiate. Furono segnalati suicidi di intere famiglie, che preferirono togliersi la vita piuttosto che essere espulse: secondo statistiche ceche, nel solo 1946 i suicidi furono 5.558. Vennero eretti cinquanta campi di lavoro, nei quali i cechi misero i tedeschi al lavoro forzato, soprattutto nei campi. In alcuni casi furono utilizzati ex-campi di concentramento nazisti. All'ingresso di uno di questi campi fu appesa la scritta: "Occhio per occhio, dente per dente". I campi, come qualsiasi istituzione analoga, erano il regno dell'arbitrio e del sadismo. Nel campo di Budejowice i detenuti venivano tirati giù dalle brande in piena notte, ammassati nel cortile del campi e umiliati con gli espedienti più vari: costretti a ballare, a cantare, a schiaffeggiarsi a vicenda, a camminare a quattro zampe, e così via. Nella regione per i tedeschi che ancora non erano stati espulsi vigeva un regime di segregazione e vessazione: era loro proibito sedersi sulle panchine, camminare sui marciapiedi, viaggiare in treno, frequentare ristoranti, andare a teatro; potevano entrare nei negozi solo in specifiche ore del giorno. Era ampiamente diffusa la pratica, da parte dei cechi, di dipingere una svastica sulla schiena dei tedeschi, o imporre di portare al braccio una fascia bianca con la lettera "N" (che stava per "nemec", tedesco). Le deportazioni in molti casi furono marce a tappe forzate in cui molti tedeschi furono uccisi o perirono per gli sforzi. La più famosa tra queste marce avvenne il 30 maggio 1945: l'espulsione dell'intera popolazione tedesca di Brno (Brünn), circa 300.000 persone, costretta a una marcia fino ai campi al confine con l'Austria. I pestaggi e le altre violenze portarono alla morte di circa 1.700 deportati. Il numero totale delle vittime è soggetto a dispute tra le organizzazioni dei tedeschi deportati e le storiografie delle due nazioni. Una commissione storica ceco-tedesca, istituita recentemente, è giunta alla conclusione che le vittime dirette delle violenze e delle espulsioni sono state tra le 19.000 e le 30.000. Se si includessero in questo conteggio le persone che persero la vita in tutto il processo di sfratto, detenzione, trasferimento e reinsediamento, inevitabilmente tale numero salirebbe, arrivando all'ordine delle centinaia di migliaia. Le malattie furono la principale causa di morte. Esponenti delle organizzazioni dei tedeschi dei Sudeti sostengono che in totale i morti in conseguenza dell’espulsione furono 272.000. La prima fase delle espulsioni, la cosiddetta "espulsione selvaggia", coinvolse 750.000 tedeschi sudeti. Dopo il 1° gennaio 1946 furono invece espulsi 1,2 milioni di tedeschi, che arrivarono nelle zone della Germania occupate dalle potenze occidentali. La regione che accolse il maggior numero di profughi fu la Baviera. Nell'autunno del 1947 rimanevano in Cecoslovacchia solo più 200.000 tedeschi, la gran parte dei quali erano operai dell'industria. Il resto era costituito da tedeschi o tedesche sposati a cechi e una piccola minoranza era costituita da antifascisti. Tuttavia, anche nei confronti di coloro che erano rimasti gli incentivi ad andarsene erano forti, in modo particolare le discriminazioni sul luogo di lavoro: in teoria qualsiasi ceco poteva prendere il posto di un lavoratore tedesco, bastava solo che facesse domanda alla direzione della fabbrica o dell'ufficio. La direzione poteva opporsi, ma doveva giustificare per iscritto tale rifiuto.Come in altri casi di pulizia etnica, eliminato il "problema tedesco", le autorità ceche provvidero a cancellare anche la memoria della presenza tedesca nei Sudeti: i monumenti furono abbattuti, le tombe divelte dai cimiteri, la toponomastica cambiata. Le proprietà tedesche vennero interamente confiscate, e riassegnate ai cechi che vennero insediati nella regione ormai vuota dei suoi precedenti abitanti.

 



 
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Eduard Benes (1884-1948)

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