Percorsi storici > Spostamenti forzati di popolazione
L'espulsione dei tedeschi dall'Europa orientale




In un discorso alla Camera dei Comuni del 15 dicembre 1944, il primo ministro britannico Winston Churchill aveva affermato che gli spostamenti forzati di popolazione erano il modo migliore per risolvere alla radice il problema delle minoranze tedesche negli stati dell’Europa Orientale, minoranze che erano state strumentalmente usate da Hitler per giustificare la sua politica espansionista verso oriente. Sia i capi dei governi polacco e cecoslovacco (che fecero pressioni perché fossero decise le espulsione e che poi le organizzarono), sia i leader degli Alleati avevano in mente l'esempio dello scambio greco-turco del 1922-23. La convenzione di Losanna del 1923 era frequentemente citata: così si espresse, ad esempio, il presidente americano Roosevelt parlando con il ministro degli esteri britannico: "Dovremmo adottare delle misure per rimuovere i prussiani dalla Prussia orientale nello stesso modo in cui i greci sono stati trasferiti dalla Turchia al termine dell’ultima guerra". Alla conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945) gli Alleati stabilirono: "I tre governi, avendo considerato la questione in tutti i suoi aspetti, sono giunti alla conclusione che la popolazione tedesca rimasta in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, oppure elementi di tale popolazione, debba essere trasferita in Germania. I tre governi sono d'accordo nel ritenere che ogni trasferimento dovrà essere effettuato in maniera ordinata e umana". In realtà, quando queste parole venivano dettate, un milione e mezzo di tedeschi era già stato espulso dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia, nel periodo che più tardi fu definito dell' "espulsione selvaggia", per differenziarlo dalle espulsioni successive alle decisioni della conferenza di Potsdam, in generale portate avanti in modo meno caotico e brutale.Dopo le vicende nella ex-Jugoslavia degli anni '90, tali trasferimenti forzati sono state reinterpretati come un caso paradigmatico di pulizia etnica. Tuttavia, per l'espulsione di circa 14 milioni di tedeschi da vari stati dell'Europa orientale e per quella degli italiani dalla Jugoslavia, sarebbe anacronistico cosiderarle come pure e semplici "pulizie etniche". Come ha osservato G. Franzinetti ("I Balcani: 1878-2001", Roma, Carocci, 2001, p. 55): "era impossibile distinguere tra l'espulsione dettata da motivi "ideologici" (e cioè da presunta o effettiva collaborazione con i nazisti tedeschi o i fascisti italiani, o da ruoli sociali ritenuti "controrivoluzionari", come quelli di funzionari governativi, imprenditori, proprietari terrieri), e quella dettata da motivi "etnici" ". La "pulizia etnica" messa in atto in vaste zone dell'Europa orientale va dunque inserita nel contesto della liberazione da occupanti che avevano attuato politiche genocide, e con le politiche di "giustizia sociale" attuate da governi in cui i comunisti diventavano sempre più potenti, in paesi liberati e nello stesso momento conquistati dall'Armata Rossa. In questo senso le "nazionalizzazioni" realizzate in questi territori dopo la guerra ebbero il doppio significato di politiche di statalizzazione delle terre e delle industrie, e di occupazione dello stato da parte di esponenti di un'unica componente nazionale. Già nel luglio 1945 i governanti polacchi spiegavano così la politica antiucraina messa in atto: "dopo l'accordo raggiunto con l'Unione Sovietica di stabilire una frontiera etnica, il nostro scopo è quello di diventare uno stato nazionale, e non uno stato di nazionalità" (cit. in GRAZIOSI A. , Guerra e rivoluzione in Europa. 1905-1956, Bologna, il Mulino, 2001, p. 274). Socializzazione e omogeinizzazione etnica venivano così a coincidere, nelle contesto della vendetta contro l'oppressione, che nelle condizioni sociali prevalenti nell'Europa dell'est e con il ricordo della guerra appena finita, era un'oppressione ad un tempo sociale, nazionale e militare. Ecco come il decreto Benes del 21 giugno 1945 giustificava l'espulsione di tedeschi e ungheresi dalla Cecoslovacchia: "In base alle domande dei cechi e degli slovacchi senza terra per un'effettiva esecuzione della riforma agraria e al desiderio di togliere una volta per tutte il suolo ceco e slovacco dalle mani dei proprietari terrieri stranieri - tedeschi o ungheresi - nonché dalle mani dei traditori della repubblica, per consegnarlo nelle mani dei contadini cechi e slovacchi e delle persone senza terra, su proposta del governo decreto quanto segue..." (cit. in GRAZIOSI A. , op. cit., p. 275).

 



 
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