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I coreani sovietici




La deportazione dei coreani sovietici, nel 1937, segnò una tappa importante nell'opera di repressione del regime stalinista: per la prima volta gli appartenenti a una minoranza nazionale furono deportati tutti fino all'ultimo. La presenza di coreani sul suolo russo-sovietico risaliva a un tempo abbastanza recente. Gruppi di coreani avevano iniziato a stabilirsi nelle province marittime dell'estremo oriente dell'impero russo a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 migliaia di contadini coreani fuggirono le carestie e la scarsità di terra coltivabile della penisola coreana. L'annessione giapponese della Corea (1910) e la repressione della rivolta antigiapponese del 1919 produssero nuove ondate di migranti. La stragrande maggioranza degli immigrati coreani in Russia non aveva acquisito la cittadinanza sovietica. Negli anni '20 e nei primi anni '30 i coreani beneficiarono della politica di relativa libertà culturale messa in atto dal regime sovietico: nell'estremo oriente russo i coreani potevano essere educati in scuole in cui si parlava coreano; nei distretti abitati da popolazione coreana erano stampati sette giornali e sei riviste in coreano. Con il deteriorarsi della situazione internazionale la posizione dei coreani si fece difficile. Il Giappone aveva esteso i suoi domini sul continente asiatico invadendo la regione cinese settentrionale della Manciuria, e nel 1937 scatenò una guerra di conquista del resto della Cina che segnò il vero inizio della seconda guerra mondiale in estremo oriente. Con la guerra contro i contadini combattuta e vinta dallo stato nella prima metà degli anni '30, la direzione staliniana aveva trasformato la maggior parte dei propri cittadini in potenziali nemici. Nell'aprile 1937 la "Pravda" accusò il Giappone di aver gioco facile nell'infiltrare spie tra la popolazione coreana dell'estremo oriente. Paradossalmente, dall'altra parte del confine la situazione era analoga: i giapponesi che governavano la Corea consideravano la popolazione che viveva vicino al confine sovietico come inaffidabile e permeabile alle infiltrazioni di agenti sovietici. Così, pochi mesi prima dello speculare provvedimento sovietico, i giapponesi procedettero alla deportazione verso sud della popolazione coreana che viveva nell'area prossima alla frontiera. Nell'agosto del 1937 venne il turno dei coreani sovietici, ma su scala molto maggiore. Il 21 agosto Stalin e Molotov firmarono una risoluzione che ordinava che tutti coreani che vivevano nelle aree di confine con la Corea e la Manciuria fossero deportati in Kazakhstan e in Uzbekistan entro la fine dell'anno. L'NKVD portò a termine il compito rapidamente e in poco più di due mesi non rimaneva un solo coreano nell'estremo oriente sovietico. Entro la fine di ottobre, 172.000 persone erano stati stipate su 124 convogli ferroviari e spedite nel centro dell'Asia. Dopo un mese di viaggio in condizioni disumane, circa 95.000 deportati arrivarono in Kazakhstan, e altri 77.000 in Uzbekistan. Insieme ai coreani furono esiliati anche 8.000 cinesi. Ecco come il diplomatico inglese Fitzroy Maclean, che nel settembre 1937 stava tentando di raggiungere in treno l'Asia Centrale, si imbatté casualmente nella deportazione dei coreani: "Ad Altajsk... ci fermammo per varie ore, mentre un certo numero di vagoni bestiame veniva agganciato al nostro treno. Questi vagoni erano pieni di gente che, a un primo sguardo, sembravano cinesi. Si rivelarono essere coreani, che con famiglia e beni erano in viaggio dall'estremo oriente all'Asia Centrale, dove erano mandati a lavorare nelle piantagioni di cotone. Non avevano idea del perché venissero deportati [...]" ( MACLEAN Fitzroy, Eastern Approaches, New York, 1949, p. 54).
I coreani deportati pativano le spaventose condizioni dei primi anni di esilio, in regioni assolutamente impreparate ad accoglierli. Secondo i dati ufficiali, la malnutrizione e le malattie uccisero 40.000 esiliati (il 22% del totale) entro la fine del 1938, soprattutto vecchi e bambini. Negli anni successivi la mortalità calò bruscamente, anche grazie all'inserimento dei deportati nella struttura economica delle regioni d'arrivo. La maggior parte di loro venne avviata ai lavori agricoli, soprattutto allo sviluppo della risicoltura, la loro attività tradizionale, nelle zone fluviali dell'Uzbekistan e del Kazakhstan. Più della metà delle famiglie fu sistemata in fattorie collettive di soli coreani. Dal punto di vista del controllo poliziesco, i coreani ebbero un trattamento migliore degli altri "popoli deportati". Il governo li classificava come "esiliati amministrativi", e non come "coloni speciali": essi non erano perciò confinati in villaggi sorvegliati dall'NKVD. In teoria, la loro condanna sarebbe dovuta durare cinque anni, durante i quali sarebbero stati obbligati a risiedere in Kazakhstan e nelle repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale (era però loro fatto divieto di stabilirsi nei distretti di confine di queste stesse repubbliche). In realtà, la condanna all'esilio amministrativo durò ben di più, e fu ufficialmente annullata solo nel 1954. Anche se la deportazione dei coreani formalmente non era una misura punitiva, come sarà invece per i popoli trasferiti durante la seconda guerra mondiale, i coreani rimasero cittadini di seconda categoria, sottoposti a una serie di restrizioni, tra cui il divieto di studiare materie scientifiche e tecniche in istituti di istruzione superiore, o l'esenzione dal servizio nell'Armata Rossa. Inoltre, a partire dal 1939 furono abolite le scuole in lingua coreana: la lingua d'insegnamento diventò il russo. I timori di guerra con il Giappone si concretizzarono parzialmente un anno e mezzo dopo la deportazione dei coreani: nel maggio 1939 i giapponesi provocarono degli scontri di confine con i sovietici. Fino al novembre successivo fu combattuta una guerra non dichiarata tra giapponesi da una parte e sovietici e mongoli dall'altra, sul confine tra Mongolia e Manciuria. I sovietici ebbero la meglio, e convinsero i comandi giapponesi che la via dell'espansione verso sud, in direzione dell'Indocina, fosse più agevole di quella verso la Siberia. Durante la seconda guerra mondiale più di 10.000 coreani sovietici furono mobilitati nei battaglioni del lavoro forzato, proprio mentre i giapponesi trasferivano milioni di abitanti della Corea al lavoro forzato sull'arcipelago nipponico. L'ordine del gennaio 1942 che istituiva tali battaglioni era originariamente indirizzato ai soli tedeschi sovietici, ma presto migliaia di deportati di altre nazionalità furono mobilitati per arginare la carenza di manodopera causata dallo sforzo bellico. Nel 1954 - un anno dopo la morte di Stalin - l'esilio amministrativo dei coreani fu abolito, ma la maggior parte di loro rimase in Kazakhstan e Uzbekistan: nel 1970, il censimento registrò che più del 70% dei coreani sovietici viveva in Asia Centrale. Solo dopo il crollo dell'URSS si creò un movimento tra i coreani sovietici perché fosse ristabilita un'entità amministrativa autonoma coreana nell'estremo oriente russo. Nel 1991, l "Associazione dei Coreani della Comunità di Stati Indipendenti" riuscì a far indire un referendum sul tema nella regione russa di origine dei deportati. La proposta, tuttavia, venne respinta dalla maggioranza dei votanti, tra una popolazione, in gran parte russa, già allarmata dall'afflusso di migranti dalla Cina e dalla Corea del Nord. Così come per i tedeschi sovietici, l'esilio ha comportato una decisa russificazione dei coreani sovietici, tra i quali solo per una minoranza ormai il coreano è la lingua madre. Così, negli anni '90 i coreani ex-sovietici che hanno deciso di emigrare dai nuovi stati indipendenti dell’Asia Centrale si sono diretti in Russia, mentre non si è verificata nessuna emigrazione di massa verso la Corea del Sud paragonabile a quella dei tedeschi ex-sovietici verso la Germania.

 



 
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