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Il madamato



Relazioni di ufficiali con donne indigene

La maggioranza era senza moglie


L’espressione madamato deriva dal termine "madama" con cui, sin dall'epoca liberale, in Eritrea si è soliti indicare l'indigena convivente con un italiano, e si riferisce appunto alla convivenza more uxorio con una donna nativa, una forma di relazione talmente diffusa da divenire pratica comune in colonia, e che molto raramente approda ad una legale regolarizzazione.

Sin dai primi anni di presenza italiana in Eritrea il fenomeno da più parti viene giustificato come rispondente al locale istituto tradizionale del "dämòz" - o matrimonio "per mercede" - una forma di contratto matrimoniale a termine che vincola i coniugi ad una reciprocità di obblighi che includono, per l'uomo, quello di provvedere alla prole anche dopo la risoluzione del contratto. Obblighi di cui, in realtà, si perde traccia nelle forme di unione messe in atto dagli italiani, i quali generalmente non vedono nel madamato altro che una forma di convivenza temporanea che, assicurando l'accesso a prestazioni domestiche e sessuali, li lascia sostanzialmente liberi da vincoli e responsabilità nei riguardi tanto della donna che della prole, in nessun modo garantiti.

In sostanza un malinteso 'adeguamento' al diritto consuetudinario locale, che consente all'italiano un assoluto disimpegno, esentandolo da obblighi giuridici, morali e materiali soprattutto al momento del rientro in patria, e che già Ferdinando Martini, primo governatore civile dell'Eritrea dal 1897 al 1907, giudica un "inganno" nei riguardi della donna nativa - che invece si considera moglie legittima - nel momento in cui la priva delle tutele che le consuetudini locali, al contrario, le garantiscono, così come nei riguardi della prole. Il fenomeno del madamato genera infatti un numero assai elevato di meticci, solitamente non riconosciuti dal padre, che il più delle volte finiscono ricoverati in brefotrofi gestiti dalle missioni.

Pur non mancando esempi di assunzione di piena responsabilità da parte degli italiani nei confronti dei propri figli meticci e casi di convivenza assimilabili, per durata e qualità di rapporto, ad autentiche relazioni coniugali, nella maggioranza dei casi la consuetudine del madamato si configura, sin dagli inizi, come una forma di sopraffazione, sia razziale che di genere, che finisce con l'incidere pesantemente anche sugli equilibri socio-culturali locali.

Inoltre la giustificazione del madamato come forma di adeguamento - per quanto malinteso - all’istituto tradizionale del dämòz, se valido nel caso dell’Eritrea (dove peraltro non è conosciuto in tutto il territorio), non rende ragione della sua diffusione anche in altre colonie e soprattutto in Somalia dove, sin dall'epoca liberale, è presente in misura forse maggiore che in Eritrea e la popolazione, nella quasi totalità islamica, non ha alcuna familiarità con forme di matrimonio temporaneo (in Libia la convivenza con le indigene è conosciuta come mabruchismo, dal termine arabo "mabrukah", che indica la donna).
Tollerato dai comandi militari dell’epoca liberale, che lo preferiscono al rapporto occasionale con le prostitute, non solo per ragioni sanitarie ma anche in considerazione della maggiore stabilità di vita che una convivenza è in grado di assicurare ai militari (che di fatto costituiscono la maggioranza dei residenti in colonia, e ai quali è fatto divieto di portare in colonia la propria moglie) il madamato cambia totalmente di segno e diviene pericoloso agli occhi del regime fascista, che lo giudica rovinoso per l'integrità della razza e per il prestigio dell’Italia imperiale; un allarme ben riassunto nell'ultimatum "Aut Imperium Aut Voluptas!" lanciato nel 1938 dal governatore dell'Harar, generale Guglielmo Nasi, in una sua ormai famosa circolare.

Per arginare il fenomeno e limitarne gli effetti, a soli due mesi dalla proclamazione dell’impero, il ministro Lessona insiste, in una disposizione a Graziani (in data 5 agosto 1936), sulla necessità di "imporre a tutti gli ammogliati di portare le famiglie in colonia appena le condizioni di ambiente lo permettano"; ma ingiunge anche, allo scopo di tenere separate le due comunità, di "organizzare "case di tolleranza", anche ambulanti, con donne di razza bianca".

La misura resta sostanzialmente disattesa: ancora nel 1938, ad Asmara, risulta in funzione una sola casa di tolleranza per una popolazione di 57.000 italiani, in gran parte celibi. Una delle ragioni del fallimento è che il provvedimento si rivela non solo inadeguato alle esigenze di una popolazione maschile crescente, ma soprattutto risulta potenzialmente lesivo del prestigio, che si vuole salvaguardare, di razza, in nome del quale da più parti non si ritiene opportuno offrire alla popolazione indigena l'immagine di donne italiane come prostitute (il ricorso a quelle marsigliesi sembra venga bloccato dalle autorità francesi di Gibuti per le stesse ragioni).

L'intervento di regolamentazione della sessualità da parte del regime sfocia in leggi ad hoc tese ad estirpare la consuetudine del madamato - che diviene penalmente perseguibile nel 1937 - e che non colpiscono, invece, le relazioni occasionali, di cui lo Stato si assume la gestione controllando e regolamentando le case di tolleranza il cui numero, con l'impero, cresce in modo esponenziale. Una delle conseguenze non secondarie della politica razziale del regime e delle misure che ne derivano sarà quella di legare sempre più, nell'immaginario collettivo degli italiani, l'immagine della donna nativa a quella della prostituta.

 



 
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TEMI

La difesa della razza

Il "problema" del meticciato


VOCI ENCICLO-
PEDICHE

Alessandro Lessona, uomo politico (1891-1991)

Guglielmo Nasi, generale dei carabinieri (1879-1971)

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