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Sessualità e omosessualità: espressioni artistiche




I film

Su sessualità, bellezza corporea maschile e omosessualità in epoca nazionalsocialista si sono espresse numerose forme artistiche, dal cinema al disegno. La produzione è tanto più varia e interessante se si accostano, per confrontarli, film, documentari di epoca nazista, documentari odierni, arte figurativa prodotta da alcuni sopravvissuti. Tra i film sulla persecuzione nazista degli omosessuali e sul clima intollerante e persecutorio dell'epoca, vale la pena di segnalarne almeno tre: "Aimee and Jaguar", "Bent" e "La caduta degli dei". Il primo (di Max Farberbock, TNK/Senator films, 1999, 126 min., tedesco, Germania) è tratto dal romanzo del 1995 di Erica Fischer, "Aimée and Jaguar: A Love Story", Berlin, 1943, e racconta un amore lesbico nella Berlino nazista: Felice ha un'amante, è ebrea e omosessuale; una volta scoperta dal marito (che assume in sé molti stereotipi omofobici) fugge via conducendo una doppia vita - lavora per un giornale nazista ma anche per la resistenza ebraica. Alla storia manca il finale, lasciato all'immaginazione dello spettatore. "Bent" (di Mathias Sean, Channel Four Films - NDF Inc/Ask Kodansha Co Ltd - The Arts of Council Of England, 1997, 100 min., inglese, Gran Bretagna) è invece l'adattamento cinematografico dell'omonima commedia del 1979 di Martin Sherman, replicata per oltre vent'anni con grande successo di pubblico e il cui pregio è principalmente aver fatto conoscere all'opinione pubblica la sofferenza degli omosessuali sotto il nazismo. Il termine significa 'curvo' e indica la devianza che i nazisti suppongono esservi negli omosessuali, rispetto alla via 'diritta' dell'eterosessualità. La vicenda inizia la "notte dei lunghi coltelli": i due protagonisti stanno assistendo ad uno spettacolo in un locale gay quando vengono catturati dai nazisti, ma riescono a fuggire e trascorrono i due anni successivi in cerca di continui rifugi e nascondigli. Sono però catturati e mandati in un lager, dove uno dei due uomini trova un nuovo amore, nonostante le difficoltà e le privazioni della vita in campo di concentramento. Nel drammatico finale, uno dei due amici è assassinato e l’altro si suicida contro il filo spinato. Il film non è accurato nella riproduzione storica e risulta poco credibile, ma è di forte impatto emotivo per l'accento posto sulla psicologia dei personaggi e sulle torture, non solo fisiche ma anche e soprattutto psicologiche, causate dalla persecuzione nazista. Infine, "La caduta degli dei" (di Luchino Visconti, Praesidents Film / Eichenberg Film, 1969, 150 min., italiano, Italia / Svizzera / Germania) ricostruisce le vicende della ricca e corrotta famiglia tedesca von Essenbeck (in realtà Krupp), ambiziosa e disposta a tutto pur di avere potere, dall'incendio del Reichstag. Poco realistico nella resa, il film è comunque suggestivo per l'opprimente senso di decadenza del regime nazista.

I documentari nazionalsocialisti

La percezione nazista dell'ideale di bellezza maschile emerge invece da alcuni documentari dell'epoca, soprattutto quelli realizzati dalla regista, fotografa e attrice Leni Riefenstahl. "Triumph des Willens" ("Il trionfo della volontà"; di Leni Riefenstahl, UFA-Filmverleih, 1935, 114 minuti, tedesco, Germania) mostra il Sesto Raduno del Partito Nazionalsocialista, svoltosi a Norimberga dal 4 al 10 settembre 1934. Nel documentario non ci sono suoni aggiunti e l'audio consiste nei rumori originali e in musiche composte appositamente. La regista ritrae la grande coreografia della folla osannante i capi nazisti; alterna discorsi e parate, manifestazioni popolari festose e solenni celebrazioni della grandezza nazionalsocialista. Il documento costituisce un'importante fonte per comprendere sia il clima di consenso organizzato, sia l'importanza della scenografia, della bellezza visiva, della forma nell'ideologia del Terzo Reich. "Olympia" (di Leni Riefenstahl, Taurus video, 1938, Teil I Fest der Völker, 117 minuti; Teil II Fest der Schönheit, 9 minuti, tedesco, Germania) è invece un documentario sui giochi olimpici, tenutisi a Berlino dall'1 al 16 agosto 1936. Nella prima parte, la regista ritrae l'organizzazione e la coreografia dei giochi riallacciandola alla tradizione ellenica, che ha ispirato il canone estetico fatto proprio dal nazismo, e alcune discipline; la seconda parte è completamente volta a ritrarre gli artisti nella vita quotidiana e durante i giochi - in una manifesta celebrazione del corpo umano atletico, muscoloso, eroico. Si tratta di un canone ambiguo, virile ma allo stesso tempo estetizzante e aperto all'omoerotismo.

I documentari odierni

I documentari odierni rappresentano il tentativo di conservare immagini e voci degli ultimi sopravvissuti omosessuali, che solo in anni recenti hanno trovato il coraggio di emergere dall'anonimato. Il desiderio di intervistarli coniuga la volontà di ricostruire una parte di storia ancora poco nota, e insieme di conoscere le vittime ancora viventi prima che, per ragioni biologiche dovute alla loro età, divenga impossibile far parlare i testimoni in prima persona. "but I was a girl" ("The Life of Frieda Belinfante") (di Toni Boumans, Frame Media Productions, 1999, 69 minuti, inglese, Olanda) si basa su un'intervista dello storico Klaus Müller con Frieda Belinfante, una delle prime donne direttrici d'orchestra nonché esponente lesbica della Resistenza olandese. Anche "L'altro ieri" (di Gabriella Romano, Ga&a, Arcilesbica, G. Romano, 2002, 22 min., italiano, sottotitoli inglese, Italia) tratta dell'omosessualità femminile, in questo caso nell'Italia fascista, alternando materiale d'archivio - filmati americani girati in Italia negli anni Trenta - a interviste con cinque donne che raccontano la repressione fascista non solo dell'omosessualità, ma anche della sessualità femminile in sé. "Paragraph 175" (di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, Telling Pictures 35 mm, 1999, 75 min., inglese, USA) raccoglie invece, con la collaborazione dello storico Klaus Müller, le interviste con cinque sopravvissuti omosessuali: Gad Beck, gay ed ebreo, autore di un'autobiografia; Heinz Dörmer, capo di un movimento giovanile; Pierre Seel, francese, autore di una testimonianza; Albrecht Becker, fotografo; Heinz F.. Infine, anche "Wir hatten ein grosses 'A' am Bein" (di Elke Ieanrond e Josef Weishaupt, Norddeutscher Rundfunk, 1990, 60 min., tedesco, Germania) presenta le testimonianze orali di tre uomini sopravvissuti: Friedrich-Paul von Groszheim, Kurt von Ruffin e Paul-Gerhard Vogel.

L’arte figurativa

Un ultimo capitolo riguarda l'arte figurativa prodotta da sopravvissuti, notevole soprattutto perché prodotta, a differenza di altre forme di testimonianza quali le interviste o le autobiografie, nel periodo immediatamente successivo alla guerra, quando i ricordi erano assai vividi e non ancora mediati dal trascorrere del tempo e dalla stratificazione di altre esperienze. Tra le "Litografie" di Richard Grune (1903-1983), colpisce la serie "Passion des XX. Jahrhunderts" ("Passione del XX secolo"), del 1947, testimonianza di episodi della vita in campo di concentramento - vale a dire Sachsenhausen, dove Richard è stato internato in base al paragrafo 175. Alcune tavole ritraggono impiccagioni, altre il percorso dei prigionieri verso il crematorio fino alla morte e al passaggio 'attraverso il camino', inceneriti e bruciati nel vento; altre ancora il duro lavoro. Alcune litografie mostrano però la solidarietà fra prigionieri, ad indicare barlumi di umanità anche in un mondo assurdo quale il lager. Gli uomini ritratti sono in realtà non più uomini bensì larve, corpi scheletrici con lo sguardo fisso, le grandi orbite vuote. Infine, si segnalano i disegni di Walter Timm (1905-). Timm, insegnante deportato anch'egli a Sachsenhausen, testimonia quanto ha vissuto in una serie di disegni dedicati alla vita nel lager, e soprattutto alle violenze e alla morte che vi regnano. Le raffigurazioni sono ricche di particolari interessanti per comprendere la quotidianità concentrazionaria, dall'infermeria alla marcia della morte di evacuazione del lager, dal lavoro alle punizioni corporali e torture.

 



 
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