Percorsi storici > Omosessuali sotto il nazismo
L'omofobia nel regime sovietico




La comparazione delle dittature nazista, fascista e sovietica tocca, tra gli altri aspetti, anche la politica sessuale, dato che tutti e tre i regimi hanno affrontato, seppure in modi diversi, la questione della diversità e della devianza sessuale, all'interno di un più generale discorso sulla morale e sui valori sociali da diffondere tra la popolazione. Nei Paesi comunisti gli omosessuali non vivono molto meglio che sotto il nazismo. Nel 1993 entra in vigore in Russia la legge di riforma del vecchio codice penale sovietico, ed è abolito l'articolo 121 che penalizzava i rapporti omosessuali tra maschi adulti e consenzienti, punendoli con cinque anni di lavori forzati. Finisce così ufficialmente una persecuzione di vecchia data: già nel codice penale del 1832, l'articolo 995 puniva l’omosessualità maschile con l'esilio in Siberia. Tra il 1905 e il 1917 vige un periodo di relativa tolleranza, e i due partiti degli anarchici e dei democratici-costituzionalisti si battono apertamente per l’abrogazione della legge antiomosessuale. Sono gli stessi anni in cui in Germania si crea un movimento culturale omosessuale di vasta portata e si diffonde la lotta per la parità di diritti. La Rivoluzione d'Ottobre spazza via nel 1917, insieme a tutte le leggi zariste, anche il Codice penale e con esso la penalizzazione dell'omosessualità. Le misure legislative seguenti non contemplano il reato di omosessualità, ma ciò non significa che i bolscevichi siano tolleranti nei riguardi dell’omofilia, e difatti alla fine del 1933 è approvata una legge contro l'omosessualità maschile, considerata tipica della decadenza borghese - l'articolo 121 rimasto per l'appunto in vigore sino a pochi anni fa. Il nuovo provvedimento è così lodato da Maksim Gorkij (1868-1936) sulla "Pravda" e sulla "Izvestia" in un articolo datato 23 maggio 1934: "Eliminando l'omosessualità scomparirà anche il fascismo", che con l'omosessualità condividerebbe il male antisociale e la corruzione dei giovani. Se la lotta agli omosessuali viene dunque condotta in nome di un'idea opposta a quella nazista, nei due regimi sono comunque simili le motivazioni dell'omofobia. Il comunismo sovietico colloca gli omosessuali tra i propri nemici, tanto che nel codice penale del 1934 l'omosessualità è dichiarata "reato politico contro lo Stato". Solo negli anni Venti vi è una parziale accettazione dell'omofilia, e difatti alcuni rappresentanti del governo sovietico partecipano alle riunioni della "Lega mondiale per la riforma sessuale" voluta da Magnus Hirschfeld; già alla fine degli anni Venti il regime ha una sterzata reazionaria che porta alla limitazione dei diritti individuali e ad un inasprimento delle politiche sulla famiglia - abolizione del divorzio e dell'aborto, equiparazione dell'omosessualità alla delinquenza e alla malattia (come emerge già in un rapporto del 1923 sulla "Vita sessuale della gioventù d’oggi"). Nella stessa "Grande Enciclopedia Sovietica", che ha avuto tre edizioni - Lenin, Stalin, Breznev - l'omosessualità è vista con crescente disprezzo. Gli arresti degli omosessuali vengono giustificati con ragioni politiche; i gay vengono mandati nei campi di concentramento in Siberia per "rieducarli". Le prime stime parlano di perlomeno 25.000 persone condannate in base all'articolo 121. Costoro non sono solo deportati: a volte si preferiva infatti ricorrere a terapie psichiatriche coatte o all'internamento in manicomio. Anche nelle forme persecutorie dell’omosessualità vi sono dunque notevoli somiglianze tra nazismo e comunismo.

 



 
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VOCI ENCICLO-
PEDICHE

Magnus Hirschfeld (1868-1935)

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