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I campi di concentra-
mento della Sirtica



Istruzioni di Badoglio a Graziani

Testimonianza di un internato libico

Testimonianza di un internato libico


L'urgenza di concludere una conquista iniziata venti anni prima e domare una popolazione mai del tutto sottomessa, spinge nel 1930 le autorità coloniali a un ulteriore inasprimento di quella "politica del terrore" che aveva sino allora supplito alla incapacità politico-militare italiana. La decimazione del bestiame, principale fonte di sostentamento e di ricchezza di una popolazione prevalentemente nomade o semi-nomade, l'uso indiscriminato di bombardamenti, anche all'iprite, l'assiduo ricorso al Tribunale Speciale Militare e alle sue sentenze 'esemplari' contro ribelli e fiancheggiatori, veri o soltanto presunti, come strumento repressivo e intimidatorio insieme, si erano dimostrati inefficaci a stroncare la tenace resistenza della popolazione alle pratiche di "pacificazione" violenta del paese. In Cirenaica - dove la maggiore omogeneità politico-religiosa della popolazione intorno alla Senussia aveva sin lì vanificato la politica del divide et impera che aveva fruttato all’Italia il più facile controllo della Tripolitania - nel 1930 viene chiamato a condurre le operazioni di repressione il generale Rodolfo Graziani, reduce dall'aver condotto con successo la "riconquista" del Fezzan. Graziani riceve carta bianca e l'ordine di debellare la ribellione - attiva e passiva - nelle terre dove, a operazione conclusa, il governo avrebbe potuto accogliere le migliaia di famiglie coloniche italiane con cui il governo intendeva avviare la colonizzazione demografica del paese.
L'inefficacia delle misure politico-militari sin lì adottate, la difficoltà dell'esercito, per quanto modernamente attrezzato, a sbaragliare un nemico mobilissimo, avvantaggiato dalla piena conoscenza del terreno e dall'appoggio della popolazione civile, convince le autorità coloniali italiane della necessità di separare quest'ultima dai ribelli: la deportazione della popolazione in campi di concentramento avrebbe sottratto sostegno ai combattenti, liberato terre a favore dei contadini italiani e fornito, dietro i reticolati di filo spinato, una ricca riserva di manodopera a buon mercato. Inoltre il territorio cirenaico avrebbe potuto essere più agevolmente controllato dall’aviazione italiana e dalle truppe di terra, legittimate ad arrestare come "ribelle" qualsiasi libico trovato a circolare liberamente fuori dai campi.
La gravità del provvedimento non sfugge allo stesso Badoglio, all'epoca governatore della Libia, ma la determinazione a "liquidare" la resistenza a oltranza dei ribelli è il dato che emerge dalla lettura del foglio di istruzioni che egli stesso redige il 20 giugno 1930 indirizzandolo a Graziani.
Nel luglio-agosto del 1930 Graziani completa lo sgombero di tutta la popolazione nomade e seminomade dal fertile altopiano del Gebel che viene deportata verso la costa, in campi di concentramento nella regione della Sirtica, fra le più inospitali del paese.
I dati su questo universo concentrazionario, segnato da reticenze e censure diffuse sino a epoche assai recenti, non consentono, ancora oggi, una conoscenza esauriente dei caratteri e delle dimensioni del dramma che in Libia si è consumato.
Secondo una relazione dello stesso Graziani, i campi vengono distinti per funzione. Si ha così notizia di cinque campi ordinari ed uno speciale, quello di el Agheila, dove vengono internati individui particolarmente sospetti o parenti dei ribelli, e che per questo si configura come un campo di punizione piuttosto che di sola detenzione. Secondo la relazione di Graziani, in data 2 maggio 1931, i campi ospiterebbero 78.313 persone così suddivise: el Abiar: 3.123 internati; Soluch: 20.123; Sidi Ahmed el-Magrun: 13.050; Marsa Brega (riservato agli Abeidat, il gruppo considerato più prospero e più "turbolento"): 21.117; Agedabia: 10.000, e il campo speciale di el Agheila: 10.900.
Le cifre riportate da Graziani non tengono conto tuttavia dei campi minori di Apollonia, Barce, Derna, Driana, en-Nufilia, Sidi Chalifa, Suani el Terria e dei due campi di Bengasi, e va anche osservato come esse si riferiscano al maggio del 1931 e dunque non consentano di quantificare il numero dei decessi avvenuto durante le marce di trasferimento e i primi dieci mesi di detenzione.
Oggi gli studiosi sono concordi nel quantificare il numero dei deportati a non meno di 100.000 persone.
Alla scarsità di documentazione sui campi di concentramento si aggiunge la vaghezza di quella esistente sulla loro organizzazione, sulle condizioni di vita, sul tasso di mortalità o sull'amministrazione della giustizia al loro interno.
Dall'unica relazione disponibile, redatta da Egidi, all'epoca commissario regionale di Bengasi, è possibile rilevare come nel campo di Soluch il numero degli internati scenda, nell’arco di un anno, da 20.123 a 15.830 unità, sicuramente anche a motivo delle pessime condizioni igienico-sanitarie dal momento che per i ventimila internati di Soluch, e i tredicimila di Sidi Ahmed el Magrun, queste risultano garantite dalla presenza di un solo medico.
Nonostante la difficoltà a quantificare con esattezza il numero delle vittime, i dati ricavabili dai censimenti della popolazione hanno permesso in ogni caso di concludere che circa la metà della popolazione del Gebel cirenaico perde la vita a seguito della politica di repressione e di internamento nei campi messa in atto dal regime fascista.
Sarebbe certamente azzardato un confronto con le vicende di altri e più tristemente famosi campi di concentramento che il Novecento ha conosciuto, anche perché diversi erano gli scopi che muovevano le autorità coloniali italiane in Libia. Il risultato, tuttavia, è stato lo sterminio di circa cinquantamila civili, nella gran parte nomadi, che non sopravvissero alla deportazione, agli stenti, alle malattie e alle epidemie, o che vennero passati per le armi perché restii ad abbandonare terre e beni.
L’esodo forzato dell’intera popolazione del Gebel rappresenta una misura di una gravità senza precedenti nella storia del colonialismo italiano, tanto che anche ad esperienza coloniale conclusa la storiografia ha a lungo stentato, anche per la scarsità di documentazione a riguardo, a far luce sulle dimensioni e la reale entità di quello che oggi viene riconosciuto come un autentico genocidio e che gli storici coevi, nel tentativo di minimizzarne gli effetti, avevano presentato come "elemento vero e proprio di beneficenza", poiché assicurava alla popolazione cirenaica un sicuro sostentamento "coi lavori agricoli e pastorali cui la popolazione liberamente accudisce" ("L’Azione coloniale"), in un ambiente in cui "regna ovunque l’igiene e la pulizia" ("L’Oltremare").

 



 
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