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La difesa della razza



Occorre una chiara severa coscienza razziale

Razzismo coloniale

Legge n. 1004 del 29 giugno 1939-XVII

Un’amministrazione in funzione di chi governava


1. L’antropologia promotrice della coscienza razziale nell’Italia degli anni Trenta

Il rapporto che in tutta Europa ha legato l'antropologia - e con essa le scienze mediche e sociali - all'espansionismo coloniale, in Italia è accompagnato sin dagli inizi da forme di adesione e di impegno diretto non riscontrabili nell'esperienza degli altri paesi; un legame che risulta ancora più evidente negli anni Trenta. Proprio in quegli anni, infatti, in Europa comincia a sfilacciarsi il rapporto tra antropologia e colonialismo e il dominio europeo in Africa inizia a essere contestato da diffusi fermenti emancipazionisti; in Italia, al contrario, la quasi totalità degli studiosi si dice convinta della necessità di porre le proprie ricerche e i propri percorsi di studio al servizio dell'impresa coloniale.
L'esempio più vistoso e influente è quello rappresentato da Lidio Cipriani, esponente di spicco dell'antropologia dell'epoca, che in una serie nutrita di pubblicazioni a carattere divulgativo si propone esplicitamente di contribuire con i propri studi al consolidamento della coscienza razziale italiana.
Rigettando la tesi dello sviluppo evolutivo unilineare del genere umano, proprio degli evoluzionisti, che pur individuando differenze di razza e di civiltà non negava a quelle 'inferiori' una possibilità di sviluppo e di progresso, anche se solo in virtù dell'intervento europeo, Cipriani sostiene, in nome di ragioni biologiche e dunque immodificabili, l'impossibilità di una evoluzione dei negri. Soprattutto basandosi su esami della morfologia del cervello, su misurazioni encefaliche, dati antropometrici raccolti nei suoi viaggi in Africa e 'fissati' in centinaia di fotografie e decine di calchi facciali, Cipriani enuclea la tesi di una interdipendenza irreversibile tra caratteri somatici e sviluppo mentale, che condanna senza possibilità di appello la razza negra ad una inferiorità irredimibile (quanto pretendere di poter "ottenere un'abilità da cavalli in asini opportunamente addestrati", afferma), avanzando anzi il concetto di degenerazione culturale e mentale dei negri, soprattutto dovuta al mescolarsi dei gruppi etnici in Africa. Così l'unione e la mescolanza con le razze 'inferiori' diviene, per l'antropologia dell'epoca, una minaccia anche per le civiltà e le razze superiori, che rischiano regresso e decadenza.
Le teorie di Cipriani sull'inferiorità mentale biologica dei negri non mancano di contrapposizioni, anche polemiche, nei primi anni '30, soprattutto da parte di studiosi di matrice cattolica, come G. Salvadei, o comunque legati all'espansionismo missionario. Le loro tesi tuttavia - sostanzialmente basate sul principio della "dignità delle razze", sulla possibilità di progresso di quella negra e soprattutto su una diversa concezione del dominio coloniale che privilegia l'indirect rule, respinto dal fascismo - non si pongono in posizione antagonista rispetto al colonialismo in quanto tale, né, soprattutto, impediscono loro una piena adesione all'invasione dell'Etiopia e poi alle leggi razziali, che proprio nel razzismo biologico di Cipriani trovano un prezioso contributo 'scientifico'.

2. L’istituzionalizzazione del razzismo in Italia

Figlio dei suoi tempi, di cui contribuisce non poco a costruire il clima culturale, Cipriani con le sue tesi costruisce l’impalcatura 'scientifica' su cui il regime elabora la propria politica coloniale, regolando i rapporti con le società colonizzate attraverso norme e prassi sempre più restrittive e discriminatorie (dallo sfruttamento della forza-lavoro indigena al basso livello di istruzione, che per gli indigeni "deve essere mantenuto in limiti ben precisi"), rispondenti alla necessità di "creare la coscienza imperialistica e razzistica del popolo italiano" (così in"Partito e Impero", la rivista del P.N.F.).
A partire dal 1937 la legislazione coloniale italiana introduce elementi pesantemente discriminatori contro i pericoli di inquinamento della razza 'dominante' derivanti dalla promiscuità con quanti sono segnati da una inferiorità 'biologica', dunque innata ed ereditaria: la separazione tra le due comunità diviene totale, investendo ogni aspetto del rapporto con i colonizzati, dalla sfera sessuale a quella urbanistica.
Sino al 1936 regolati da direttive ministeriali o da quelle dello stesso Mussolini (è noto il suo telegramma del 5 maggio 1936 a Graziani in cui, avendo avuto notizia di un ufficiale della R. Marina sorpreso a giocare a carte con un indigeno, deplora "nella maniera più grave queste dimestichezze e ordino che siano vietate. Umanità sì, promiscuità no"), dopo la proclamazione dell’impero i rapporti interrazziali vengono regolamentati dalla legge che introduce un nuovo reato, legato al prestigio di razza.
Con il "Manifesto degli scienziati razzisti" del 14 luglio 1938 - un decalogo che al punto 6 dichiara "Esiste ormai una pura 'razza italiana' ", e al punto 7: "E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo" - e con la promulgazione, nel novembre dello stesso anno, delle leggi in difesa della razza italiana, il razzismo in Italia viene istituzionalizzato. Non a caso è "La difesa della razza" il titolo del più celebre periodico del razzismo fascista. Cospicuamente sovvenzionato dal mondo industriale, bancario e assicurativo, diretto da Telesio Interlandi (Giorgio Almirante ne è segretario di redazione), il quindicinale, nato il 5 agosto 1938, riunisce un gruppo di intellettuali e di scienziati - già firmatari del "Manifesto" razzista - che si propongono di divulgare, sotto il crisma della 'scientificità', le ragioni a difesa della purezza della razza italiana per proteggerla da "ogni ibridismo e contaminazione".
Aggressiva nei toni e rozza nelle argomentazioni la rivista si fa promotrice di una campagna, spesso delirante, tesa ad alimentare l’'odio nei riguardi della 'diversità'.

 



 
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VOCI ENCICLO-
PEDICHE

Lidio Cipriani, scienziato (1892-1962)

Benito Mussolini, uomo politico (1883-1945)

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